L'Incipit

Roberta Marcaccio

Ricordo quel periodo come uno dei più bui e difficili della
mia esistenza.
Successe tutto in un momento relativamente tranquillo, anche
se caratterizzato da importanti eventi che forse allora sottovalutai.
Avevo avuto un figlio da pochi mesi, cambiato lavoro da
meno di un anno ed ero in procinto di traslocare casa.
Fu per puro caso che mi ritrovai a scrivere quelle parole,
così semplici e dirette, che solo dopo molto tempo si rivelarono
cariche di significato.
Quello che allora mi sembrò una fatalità, oggi lo leggo come
un segno. A distanza di mesi, la potenza di ciò che avvenne
allora è evidente.
L’occasione mi si presentò quando ricevetti la lettera di una
vecchia amica che, fra le altre cose, mi chiese come stavo e
come «andava la vitaccia».
Le risposi che sì, stavo molto bene, ma che avevo vissuto, qualche
anno prima, un periodo terribilmente difficile e doloroso.
Fu così che mi ritrovai a scriverle e raccontarle ciò che era
stato e che bruciava ancora dentro di me come una ferita profonda.
Non avevo dimenticato, non potevo dimenticare. Le
ferite rimarginano, ma non si cancellano.
La lettera che le scrissi era carica di emozioni, di ricordi,
d’inquietudine e di angoscia che si riversavano fuori dalla mia
anima a mano a mano che le parole schizzavano sulla carta.
Mentre tessevo la trama della mia storia, sentivo alternarsi
dentro di me la paura, la forza, il dolore, la felicità, l’eccitazione
e la serenità.
Era sera tardi, tutti dormivano ed io ero sola con me stessa.
Il silenzio mi avvolgeva e mi cullava. Mi sentivo bene.

 

       
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