CAPITOLO 1
Milano, stazione centrale. Seduto su una panchina, attendo
l’annuncio della partenza del treno. Nell’attesa mi guardo
le mani. Sono brutte, piccole, grinzose a tratti scabre, con le
unghie lunghe. È la prima volta che ci faccio caso. Respiro a
fatica, forse sarà il caldo di questa estate umida e tropicale,
a momenti addirittura appiccicosa come il miele quando dal
cucchiaio cola lento verso il fondo del vaso. Attorno a me c’è
un andirivieni di persone che, come formiche, seguono direzioni
caotiche ma precise. Guardando in giro, un po’ impaurito
ma allo stesso tempo incuriosito, attira la mia attenzione un
signore, un distinto ed elegante signore che, fumando nervosamente
la pipa, chiede a un capostazione notizie sulla salute
della propria moglie.
Il capostazione muove le mani con movimenti lenti e pacati
e lo invita a pazientare. Lo prende sotto braccio e tranquillamente
si allontanano come due vecchi amici. Tutto attorno
a me si muove in modo rallentato, come quando si vede il
replay di un filmato per notare un dettaglio, un particolare.
I rumori mi giungono nitidi, con leggero ritardo e attenuato,
ma amplificato riverbero. I colori hanno uno spessore e
un’anima propria; entità appetitose in movimento che se voglio
posso toccare, suggere, mordere, lambire. Siede accanto a
me un anziano dal volto buono e cordiale con barba e capelli
bianchi, semi nascosti da un cappello bizzarro, posto di sbieco,
molto simile a un ampio basco bohèmien. Ha grandi occhi
celesti e mani curate, non molto alto e di corporatura robusta.
Veste un abito chiaro con bottoni sporgenti e invitanti.
Trattengo a stento l’irresistibile istinto di catturarne uno con
le labbra per giocarci con la lingua. Le sue scarpe sono all’inglese
bianche e nere. Ha l’aria rassicurante. Finalmente annunciano
la partenza del treno, sono quasi le quindici ed è in
perfetto orario. Raccolgo le poche cose che ho e, dirigendomi
verso il binario, fatico a respirare.
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